I racconti di Ilaria Pellegrino. Parte 1

Ilaria Pellegrino è una giovane giornalista e scrittrice salentina attenta all'attualità, alla politica e alla buona musica, dotata di forte carattere sia nella scrittura che nella vit
a. I suoi racconti ci deliziano con uno stile curato che sa farsi riconoscere e che la contraddistingue.
a. I suoi racconti ci deliziano con uno stile curato che sa farsi riconoscere e che la contraddistingue. Qui di seguito ne pubblico due che fanno parte della raccolta inedita "La metamorfosi della medusa". Potrete leggere gli altri ogni domenica sul quotidiano "Paese Nuovo" distribuito in tutta la provincia di Lecce. In bocca al lupo Ilaria!
Le jeu.
- “Non parlare.”
Lo disse fermamente, senza però che sembrasse un’imposizione, piuttosto era quasi una preghiera. Lei era distesa sul letto, morbida, avvolta a tratti dalle lenzuola scure che stavano assorbendo tutte le loro ultime ore. Lui andò verso la finestra e la spalancò, non c’era più aria da respirare nella stanza. Si accese una sigaretta, guardò fuori: luna a tre quarti lontana nel cielo, le luci della città si perdevano a vista d’occhio lì dalla casa in collina, arrivavano le musiche di qualche festa nei quartieri popolari. Tirò dalla sua Benson, buttò il fumo, lo sguardo perso nella notte. Lei si avvicinò, non parlava come lui aveva chiesto, si mise vicina a lui, ma non tanto da potersi sfiorare. Allungò la mano, prese quella sigaretta e ne rubò un tiro, gliela restituì. Lui continuò a guardare fuori mentre lei lo osservava dentro.
- “Sai – cominciò – io e te” ma dovette fermarsi, ritornò verso il cielo nero e senza spiegazioni, immaginò la figura di lei, nonostante bastasse girarsi per guardarla: i capelli lunghissimi e profumati di rosa, gli occhi grandi e tristi, la pelle dolce dove poco prima ci aveva scritto sopra con una penna ad inchiostro liquido rosso. Aveva delle mani piccole e i piedi da ballerina, anche se non lo era. Immaginò anche il suo profumo, che ormai si era mescolato con il sesso ed i pensieri. Il fresco rigenerava la stanza illuminata da un’unica lampada, su cui avevano messo un grande foulard. Continuavano a non parlare e non toccarsi, come per non rovinare quanto era accaduto poco prima. Ma ai piedi della grande libreria di legno, un tempo marrone ma che lei aveva smerigliato e ridipinto di verde, c’erano gli scatoloni che parlavano: raccontavano di un addio alle porte di quella notte, riportavano un indirizzo diverso da quello che era sempre stato, qualcuno era rimasto aperto e si vedevano fuoriuscire degli abiti.
- “Non lo so fermare il tempo – ricominciò lui dopo aver spento la sigaretta nel vaso di una piccola pianta – non so nemmeno fermare questa tenda che mi sbatte sopra, figurati cosa so fare con il tempo. Mi sembra quasi che sia tutto inutile. Ti ho chiesto di non parlare, poco fa, perché ho quasi sperato, forse, non lo so, di poter bloccare queste ore. Sono ridicolo, no? Eppure continuo a non capire perché ti vuoi perdere nel mondo senza di me. Sia chiaro, non ti sto chiedendo di rimanere, non l’ho fatto prima, non lo farò adesso, come non verrò a rincorrerti in aeroporto. Non siamo in un film, giusto? – sproloquiava ma lei lo lasciava fare, aveva quasi compassione e lui, da qualche parte nella sua testa dove non esisteva l’orgoglio, premeva per sentirla rimanere per molto tempo ancora. - “Mentre facevamo l’amore ti ho immaginata a letto con un altro.”
Lei aggrottò le sopracciglia.
- “È il senso del possesso che ci fotte, non l’amore. E poi cos’è questo stare insieme per molto, per tanto tempo, per sempre? Non si possono porre garanzie sul futuro, come non si posso fare promesse. Ogni promessa in amore è per natura un tradimento. Noi non abbiamo mai voluto tradirci in questo senso e siamo stati coerenti con le nostre scelte fino all’ultimo. Ma adesso soffriamo lo stesso, proprio come tutti gli altri che si fanno promesse. Allora a cosa è servito, mi chiedo?”, si accese un’altra sigaretta, ne prese una anche lei. In quel momento la loro nudità pesava più di mille sassi appesi al collo, se ne vergognavano quasi, ma nessuno dei due aveva la forza di coprirsi. Nessuno dei due aveva la forza di muoversi da lì. Lo avrebbe fatto lui per primo qualche minuto dopo.
La luna si era ormai spostata, seguendo dolente la sua orbita eterna. Passarono due piccoli pipistrelli in silenzio, l’unica ad aver qualcosa da dire era una civetta nascosta nelle fronde di qualche albero. La collina era muta e inquietava, si lanciava sulla città senza aver paura di sembrare da meno. C’erano solo loro due ad abitarla in quel momento. Lui aveva terminato il suo discorso senza giungere a nulla, semmai incasinando tutto ancora di più.
Lei il giorno dopo si sarebbe imbarcata, lontano dalla collina, dalla libreria verde, dalla penna rossa, dagli occhi neri immensi e disarmati di lui. E non ci sarebbero stati ancora quei baci e non ci sarebbero state le notti a fare l’amore, non avrebbe fumato le sue sigarette e non avrebbe guardato le luci dalla finestra insieme a lui. Chi le avrebbe scritto ancora sul corpo che l’amava, così, per gioco? Non importava affatto, non bastava a restare. Non bastava nemmeno il rumore dello stomaco che si stringeva e stringeva. Aveva la nausea ma sarebbe partita, lei. Non sarebbe rimasto nulla.
Restava la luna, ma solo perché era prigioniera dell’universo.
Le vide et le monde.
Era già mattina, un’indefinibile ed eterna aurora norvegese. Quella lieve luce morbida lo svegliò da un sonno profondo, aprì un occhio. Poi l’altro. La sveglia analogica segnava la data del suo compleanno, motivo in più per rimanere nel letto e non pensare. Invece i fotogrammi dei suoi trent’anni cominciarono a scorrergli davanti come un vecchio filmino su pellicola e sembravano fossero proiettati sul soffitto bianco: c’erano gli amici, uno ad uno. C’erano i libri di scuola e le gite d’estate. C’erano gli amori, quelli da una notte e quelli da una vita. C’erano le droghe e l’alcool. Le risate e la mano morbida di sua madre che lo accarezzava dopo una brusca caduta. Poi c’erano le valige. Sempre loro. Le valige. Aveva il cuore inquieto e partiva e viaggiava. Voleva scoprire il mondo, vederlo tutto. Era fatto così, si stancava delle cose, delle persone, dei posti. Non un legame, niente catene, lavori casuali. Il suo trentesimo compleanno lo avrebbe festeggiato lì in un piccolo villaggio poco distante da Bergen dove viveva da qualche mese. All’inizio il suo unico passatempo era andare a guardare i pescatori tra i fiordi tirare su salmoni e merluzzi. Uno di questi uomini lo notò, e dopo averci parlato gli propose un lavoretto. Il vecchio Dag non aveva più l’età per portare i suoi merluzzi fin su al mercato del pesce e aveva bisogno di qualcuno giovane e forte che facesse questo lavoro per lui. Al pensiero di Dag, saggio burbero consumato pescatore, non poté fare a meno di sorridere. La pellicola si interruppe, cominciò a pensare a come avrebbe trascorso quel giorno: ore intere a letto, a dimenticare tutto. Poi avrebbe imbracciato la sua bicicletta bianca e avrebbe cominciato a perdersi nel vento accondiscendente, fresco di vita, tra gli occhi azzurri dei bambini, fra le case di legno e colore. Con un peso inspiegabile nel cuore. Avrebbe voluto toccarli i colori, uno ad uno dal bianco al rosso. E poi avrebbe voluto assaggiarli , scoprire se il rosa avesse il sapore della pelle, il nero quello della notte. Nei suoi desideri senza senso, un suono di campanello. Il primo da quando viveva lì. Si trascinò grattandosi la testa e sbadigliando, andò ad aprire la porta. “Hvem er…”* non finì di pronunciare la frase perché non c’era nessuno, se non il freddo del mattino che gli raggelò il sangue nelle vene. Guardò sotto i suoi piedi: un pacco. Scatola bianca, senza alcuna personalità, di normale cartone. Sopra un fiocco lilla. Lo prese con aria interrogativa … nessuno al mondo sapeva che lui era lì. Nessuno. Ed erano anni che non riceveva un regalo per il compleanno. Ci pensò quel dubbio a far ritornare a scorrere il suo sangue, mentre si sedeva sul tavolo di legno grezzo della cucina. Aspettò ad aprirlo, intanto si preparò un caffè americano. Lui, la tazza fumante, la scatola. Il mare cantava le sue gioie e i suoi dolori, le onde morivano ogni attimo sulla scogliera nera. Non c’erano sirene, non c’erano ferite. Il mare si uccideva e rinasceva sempre, da sempre. Tolse quel fiocco con la stessa delicatezza con cui si sciolgono i capelli di una donna. Palline di polistirolo bianche. La sua mano toccò una forma rotonda, era un mappamondo. Sotto, una lettera.
“Avrei voluto regalarti la Terra tutta intera, ma non posso. La Terra è di tutti, le città i paesi le vie i confini le montagne e i laghi sono di tutti. Avrei voluto portarti in tutto l’universo, per vederti sorridere, per prenderti la serenità e metterla in questa scatola. Il mondo ci appartiene ma ci sfugge. La terra su cui ti sposti da quando hai imparato a camminare, ha dei limiti, finirà prima o poi. E quando avrai lasciato la Norvegia per il Messico e il Messico per il Sudafrica e il Sudafrica per l’India, dove andrai a finire? Sulla luna non si sta.
Non posso mettere nulla di ciò che vorresti in questo scatolo. Ma se tu vorrai io potrò essere per te una città senza fine, da scoprire lentamente. Senza fretta. A vagare nel mondo e vederlo con quattro occhi, due teste, due cuori si liberano universi nuovi di paese in paese. E quando i continenti sapranno tutto di noi e noi di loro, tu avrai ancora me ed io avrò te. Questo, è il mio regalo.
Buon Compleanno.
Sofia. "
Un uomo non piange, è quasi obbligato a non farlo. Finché qualcuno non rompe quell’inutile forza ed esce il dolore fra le lacrime e i singhiozzi, crolla l’armatura. Lui in quel momento era come un bambino, ma non c’era una madre a consolarlo, non c’era Sofia a stringerlo. Non c’era il suo mondo. Non ne aveva uno. Trent’anni in una valigia a fuggire da se stesso. Infilò i primi vestiti che trovò, prese la sua bici e cominciò a pedalare velocissimo, piangeva e rideva,piangeva. L’asfalto lo spingeva più in alto, superò il negozio di cappelli, un uomo al cellulare, quattro ragazze bianche e bionde che ridevano e si abbracciavano. Pedalava per sentirsi libero lasciandosi alle spalle la pescheria, la casa di Dag, il parco giochi, un neonato in braccio alla madre. Sui muri una locandina: Terje Nordgarden avrebbe suonato a Bergen. Ma era già lontano in un’altra strada, correva come un condannato a morte evaso da galera; le case pastello, il sale nell’aria, le parole di una lingua sconosciuta. Tutto dietro di lui. Un mondo nuovo davanti. “Addio vecchio Dag”pensò. Addio.
*hvem er det. Chi è?
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